domenica 2 giugno 2013

L'OSTENSIONE DEL CORPO DI SAN PIO



Una «lettera» silenziosa, ma eloquente, che lo stigmatizzato del Gargano indirizzerà agli occhi e al cuore di chi lo vorrà ascoltare, parlandogli perfino di Dio

L’«ostensione» permanente delle spoglie mortali di padre Pio che, a partire da oggi 1º giugno, avrà inizio nella nuova Chiesa a San Giovanni Rotondo (Foggia) è un evento che trattiene in sé un alto valore simbolico, e non soltanto evocativo, intercettando i bisogni dell’uomo che abita il tempo dell’immagine, quello odierno. Dopo varie e insistenti richieste da parte dei numerosissimi fedeli, d’ora innanzi si potrà, insomma, «vedere» il corpo reale – per quanto ritoccato – del santo più amato del XX secolo e del primo sacerdote stigmatizzato della storia[1]. Che ognuno di noi abbia il desiderio di vedere – e se possibile di toccare – colui o colei che ama o dal quale è amato, è caratteristica peculiare di ogni essere umano, come aveva ben intuito il Signore Gesù quando al curioso Tommaso l’Apostolo rispose: «Tommaso, chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,5). A differenza di san Francesco d’Assisi e di sant’Antonio di Padova, soltanto a voler riportare l’esempio di altri due francescani di cui è possibile vedere semplicemente la tomba, ma non le spoglie mortali, il desiderio dei devoti di padre Pio acquista oggi senso compiuto perché, come diceva Deborde non viviamo più nella società delle figure («pictures»), bensì delle immagini («images»)[2] e, proprio per questo, il sacro «fa più mondo», ossia ci rende più sicuri, allontanando da noi le ombre dell’ospite inquietante che, talvolta, aleggia dentro e fuori il nostro cuore: la paura di essere (rimasti) soli. Cosa che non accade, invece, a chi «conosciuto» padre Pio, avendo percepito nella sua vita, nelle sue Lettere, nella sua protezione la presenza dolce, tenera e rassicurante di Dio papà.

A questo proposito, conosco moltissime persone, soprattutto giovani, che ogni giorno pregano Dio attraverso padre Pio e con padre Pio. Lo fanno considerandolo, piuttosto, ancora come «Padre», pur essendo egli oramai già da undici anni stato dichiarato dalla Chiesa «san Pio» da Pietrelcina. E queste persone – dicevo molte in Italia, ma altrettante anche all’estero – si rivolgono allo stigmatizzato del Gargano nei momenti e negli ambiti più feriali della loro giornata: con un’invocazione, conservando nel portamonete una sua immagine che mostrano al primo che chiedesse loro della propria fede, esponendo una sua foto oramai visibile in tutti i negozi e perfino ai caselli autostradali d’Italia, leggendo brani delle sue impareggiabili Lettere, che sono raccolte oggi in un vero e proprio Epistolario. Queste Lettere, in realtà, costituiscono una ricchissima miniera, ancora non del tutto esplorata, di spiritualità cristiana, esibente un profondo amore per l’umanità umile e povera, soprattutto per quella che ogni giorno lavora e soffre, o addirittura non riesce a sbarcare il lunario, rendendo possibile la storia del mondo e quella della salvezza.

Da oggi l’ostensione – lo ricordiamo la possibilità permanente di ammirare il corpo di padre Pio – diventa una «lettera» silenziosa, ma eloquente, che padre Pio indirizzerà agli occhi e al cuore di chi lo vorrà ascoltare, parlandogli perfino di Dio. Perché di solito succede così. In realtà quel corpo, quelle orecchie, quelle mani di padre Pio hanno ascoltato, incontrato e consolato, in quel suo confessionale, uomini e donne per interi decenni, bisognosi e mai sazi – come lo siamo noi – di poter intravedere quel volto meraviglioso di Gesù che ci ha promesso di stare con noi ogni giorno, tutti i giorni sino alla fine del mondo (Mt 28,20), anche oggi. E a quegli uomini e donne padre Pio scriveva, appunto, molte lettere intrise, tra l’altro, di inedite immagini e metafore tratte dalla nostra più feriale quotidianità, ma anche richiamantesi a eventi della natura, a scorci del paesaggio, al calore degli affetti familiari e amicali, insomma a quel tessuto umano, tipicamente italiano, che pulsa ancora di una consolidata naturalezza e di una schietta religiosità.

Sicuro che Gesù mantiene, anche per questa nostra epoca, la promessa di «stare con noi» tutti i giorni, senza tema di smentita risulta che l’ostensione di padre Pio ne è, dunque, una ratifica, appunto, quotidiana. Non è un caso che entrambi sono stati perforati dai «chiodi della storia», le stimmate, ossia il segno visibile di quell’unico amore crocifisso che, per quanto paradossalmente, è l’unico che ci ama e ci guarisce pienamente: Gesù in maniera reale, padre Pio per grazia e, tuttavia, entrambi fisicamente. I «chiodi della storia» sono, infatti, quelli del soffio dello Spirito di Dio sull’uomo, il quale, giorno dopo giorno, ci sospinge alla conversione, facendo maturare in noi i lineamenti mirabili dell’immagine di Cristo (Ef 4,13). Grazie a questa cadenza trinitaria del tempo, succede che per tutti c’è, prima o poi, un giorno di conversione.

In questo senso c’è stato anche per me, che non conoscevo quasi nulla di padre Pio, pur essendo un suo confratello, se non un «sentito dire». La scoperta de l Santo iniziò in Germania, oramai quindici anni fa, quando ero studente alla «Sankt Georgen Hochschule» di Francoforte e ospite del celebre e imponente santuario mariano «Liebfrauen» di quella città, retto dai Cappuccini. Mi trovavo in Germania da molto tempo. Ricordo ancora quella gelida mattina di primavera nel 1999 quando il giovane Guardiano fra’ Paulus Terwitte mi chiese di tenere due conferenze su padre Pio in vista della sua beatificazione che sarebbe avvenuta di lì a poco, il 2 maggio a Roma. Gli chiesi: «perché proprio io?». Mi rispose: «non perché sei un Cappuccino, ma perché sei un italiano, come padre Pio». Il mio interrogativo, in realtà, non nasceva dal fatto che avrei dovuto parlare in tedesco nel santuario dove il sabato mattina – come accade anche oggi – tengono le loro conferenze i migliori teologi tedeschi, cattolici e luterani, ma dal sincero imbarazzo che, di padre Pio, non conoscevo, come ho detto, quasi nulla.

Accettai, però, la sfida e fu così che mi misi a studiare assiduamente le fonti, cioè le Lettere e a leggere tutti i libri che riuscivo a scovare in biblioteca. Mi sembrò di entrare nel filone di una inesplorata miniera d’oro, non soltanto teologica, bensì ricca di un prezioso inventario fatto di suggerimenti e di intuizioni spirituali per poter vivere oggi con e secondo il cuore di Gesù, traendone grande consolazione. In questi pensieri, padre Pio offriva e offre, infatti, consigli efficaci su come poter credere in Dio, sperare in mezzo alle tribolazioni, amare e perdonare il prossimo, gioire per qualsiasi circostanza dell’esistenza. In essi pulsa il vigore del Frate Cappuccino che mira soprattutto ad aiutare le persone a irrobustirsi nella vita cristiana, considerata da padre Pio autentica proposta di felicità per la propria realizzazione umana. In questi pensieri, inoltre, si rintraccia tutta l’esperienza pastorale che egli maturò negli anni della sua esistenza francescana dirigendo molte anime sulle vie dello Spirito, alcune incontrate magari per una sola volta, altre guidate pedissequamente in quello che oggi si chiamerebbe l’accompagnamento spirituale. Mi sembrava di vedermi padre Pio davanti – anche se non in ostensione – come se stessi per entrare in punta di piedi nel diario della sua ricchissima esistenza umana, cristiana e francescana. Infatti, tra tutte la scoperta più seducente fu quella di aver finalmente conosciuto un padre Pio incredibilmente giovane e attuale[3]. Me ne sono reso, poi, figurativamente conto visitando qualche anno appresso i luoghi della sua vita sul Gargano (Foggia) e della sua infanzia a Pietrelcina (Benevento), nei cui conventi campeggiano ancora oggi le foto di lui giovane frate con quegli occhi grandi, limpidi e dolcissimi. A conferma – se ce ne fosse bisogno – che anch’io non abito con le figure, ma vivo con le immagini.

Succede sempre così per chi vive il tempo e lo scorrere dei giorni in modo autenticamente cristiano: di accorgersi che «mentre il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno» (2Cor 4,16). La figura certo invecchia, ma l’immagine dell’uomo spirituale presente dentro di noi ringiovanisce sul calco di colui che è «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44,3). Capire questo è, appunto, scovare un segreto, quello precisamente che padre Pio chiamava «il segreto del gran Re» (Tb 12,7). Che per un cristiano – non solo per un francescano – coincide esattamente con una Persona: Gesù. Colui che vedremo «oltre» il corpo in riposo di padre Pio.

padre Gianluigi Pasquale

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