mercoledì 17 settembre 2014

IL CASO DI ROSY DR .LUIGI FRIGERIO



Stava terminando l'estate del 1982, quando la malattia di Rosy si manifestò in tutta la sua gravita: tumore dell'osso sacro ormai diffuso alle strutture anatomiche circostanti.
Rosy era una ragazza di 23 anni, piuttosto alta, esile, ma con un carattere deciso e volitivo.
Da pochi mesi aveva concluso gli studi per diventare ostetrica, pur lavorando in quegli anni nel reparto di oncologia della più grande maternità milanese, dove anch'io lavoro.
Erano stati consultati i migliori specialisti neurologi e ortopedici delle più celebri scuole italiane. Il tentativo d'asportare chirurgicamente la neoplasia aveva sfiorato la tragedia nel mese di ottobre poiché, dopo pochi minuti dall'inizio dell'operazione, la paziente aveva perso più di 4 litri di sangue. L'esame istologico del materiale prelevato parlava chiaro: tumore dell'osso a cellule giganti.
Intanto il quadro clinico andava rapidamente peggiorando e i dolori si facevano via via più intensi.
Avevo telefonato ad un amico medico che lavora negli Stati Uniti per vedere se fosse stato possibile tentare qualcosa, ma la situazione sembrava ormai compromessa dal punto di vista chirurgico.
Si doveva intraprendere la cobaltoterapia con uno scopo chiaramente palliativo, quando si decise di tentare il «cammino della speranza» volando fino in Svezia per sentire il parere di un altro specialista.
Lo scopo del viaggio aveva un intento prevalentemente psicologico, dal momento che l'ammalata conosceva perfettamente la gravita delle proprie condizioni, avendo per diversi anni lavorato nel reparto dei tumori pelvici del nostro ospedale.
Eravamo quel giorno sulla pista dell'aeroporto di Milano-Linate a bordo dell'aereo che ci avrebbe portati a Gòteborg per il consulto medico. Lo sguardo di Rosy divenne ad un tratto cupo, forse disperato, quasi volesse dire: «Perché ancora ingannarci a vicenda? So bene che devo morire, non c'è via d'uscita!» La situazione divenne insostenibile. Allora le parole sgorgarono spontaneamente, come per la memoria di una cosa già udita: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria del Signore! C'è un posto in Jugoslavia dove la Madonna da più di un anno appare insistentemente a 6 ragazzi. Adesso noi andiamo in Svezia, se lì si potrà fare qualcosa andremo in Jugoslavia per ringraziare, altrimenti andremo lo stesso dove la Madonna appare; certamente qualcosa accadrà!». Lo sguardo della ragazza era improvvisamente cambiato e la conversazione aveva assunto un tono disteso e talora perfino scherzoso.
Questo clima di fiduciosa certezza non era stato infranto neppure quando il medico svedese aveva dichiarato di non volere tentare un intervento chirurgico assai rischioso, analogo a quello che circa un mese prima aveva eseguito su un'altra paziente italiana proveniente da Roma.
La malata infatti era deceduta in sala operatoria dopo 18 ore di intervento attento ed estenuante. Cresceva in noi la convinzione che quella fosse la via da seguire ed insistemmo, finché il chirurgo accettò di intervenire.
Il 14 dicembre alle 9.00 del mattino Rosy era ancora sveglia nella sala operatoria del grande ospedale svedese, mentre i medici si apprestavano ai preparativi dell'intervento. «Se qualcosa non funzionasse, ricordati che quanto avevo da dirvi l'ho lasciato scritto in un foglio contenuto nel libretto della Preghiera delle Ore». Dopo questa ultima frase, l'anestesista incominciò ad iniettare lentamente il farmaco per l'induzione e chi scrive provò il grande desiderio di togliersi i guanti chirurgici per fuggirsene altrove.
L'operazione iniziò alle 10.00 del mattino e si concluse alle 10 della sera. Erano stati utilizzati 40 flaconi di sangue e quando, poco dopo, Rosy aprì gli occhi, mentre ancora il tubo dell'anestesia le impediva di parlare chiaramente, disse: «Sono viva, Dio è grande, è un miracolo!».
L'intervento era perfettamente riuscito. In pochi mesi Rosy tornò a camminare e a svolgere una vita del tutto normale, senza alcuna menomazione.
Giunse così la primavera del 1983, quando Rosy mi ricordò il desiderio già espresso di andare insieme in Jugoslavia per ringraziare di quanto era avvenuto.
Quando giungemmo a Medjugorje fummo colpiti dalla grande fede dei pellegrini slavi lì convenuti e dalla semplicità dei ragazzi al centro del fenomeno delle apparizioni.
Subito spiegammo che eravamo giunti lì per ringraziare della guarigione di Rosy ed io domandai al frate di far pregare per il problema dell'aborto e per l'ospedale milanese. Non dissi che ero medico e mi qualificai come «reporter» di un settimanale italiano, poiché un amico giornalista mi aveva chiesto di scattare delle fotografie per la sua rivista. Purtroppo dopo la seconda riparazione, durante il viaggio, mi accorsi che la macchina fotografica aveva l'esposimetro nuovamente rotto e mi rassegnai a tentare solo qualche fotografia. Domenica 24 Aprile 1983, durante i riti Vespertini, stavo fotografando la folla dal fondo della chiesa di S. Giacomo in Medjugorje, quando improvvisamente decisi di avvicinarmi all'altare presso il quale transitavano i veggenti per recarsi nella sacrestia dove avvengono le apparizioni.
Così, quando i ragazzi passarono accanto a me, tentai di scattare qualche fotografia e subito dopo una giovane suora che li accompagnava, prima di chiudere la porta mi afferrò gentilmente per il braccio e mi attirò all'interno della cappellina di queste apparizioni.
I ragazzi iniziarono la preghiera ad alta voce, in lingua slava, restando in piedi. Improvvisamente, come per un segnale non percepito da altri, si buttarono contemporaneamente in ginocchio, rapiti in un dialogo semplice e attento.
Durante questo fenomeno notai improvvisamente che la macchina fotografica aveva ripreso a funzionare perfettamente (dopo non più) e potei scattare diverse istantanee.
L'apparizione, quella sera, durò all'incirca 3 minuti. Erano presenti Ivanka Jvankovic, Marija Pavlovic e Jakov Colo.
Proprio Jakov, alla fine dell'apparizione, mentre ancora stavo fotografando, si recò dalla giovane suora e le parlò in croato. La suorina si accostò a me e domandò, usando la lingua inglese: «Sei forse tu il ginecologo?» Rimasi alquanto stupito, ma non potei fare a meno di rispondere affermativamente. «Jakov ha detto - proseguì la suora - che Nostra Signora benedice te e quelli che lavorano con te nell'ospedale milanese per quello che state facendo (per la difesa della vita n.d.r.). Voi dovete continuare. Dovete pregare. La Madonna benedice gli ammalati di questo ospedale, gli ammalati per cui questa sera avete pregato e quelli per cui pregherete».
Il giorno successivo 25 Aprile 1983, incontrammo a Spalato l'Arcivescovo Metropolita Mons. Frane Franic che ci disse: «Quanto noi Vescovi jugoslavi non siamo stati capaci di fare con 20 anni di missioni nelle parrocchie, di colpo sta realizzandosi qui in Jugoslavia negli ultimi 2 anni: da quando a Medjugorje è iniziato questo fenomeno così insolito. Sarebbe bello che voi medici ci aiutaste nello studio di questi fatti, anche analizzando i casi di guarigione che vengono segnalati da varie parti.»
Tornati in Italia, raccontammo la nostra esperienza a diversi amici e da quel momento cominciammo a seguire la vicenda di Medjugorje.
http://medjugorje.altervista.org/doc/dossier/03-rosy.php

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